Home inHeritage Rete Beni Culturali Iniziative Contatti

Ricerca per settori


Linee generali di sviluppo economico in Friuli Venezia Giulia

Ancora all’indomani della prima guerra mondiale l’economia della provincia del Friuli è prevalentemente agricola: il censimento del 1931 registra una percentuale di forza lavoro impiegata nel settore industriale pari al dieci per cento circa della popolazione. Le attività industriali si concentrano nel comparto tessile, soprattutto nei settori di antica tradizione cotoniero e serico, quest’ultimo basato su aziende medio piccole, localizzate in centri minori, che impiegano principalmente manodopera stagionale. Le imprese maggiori, con alle spalle una lunga e consolidata presenza nel tessile e nel metallurgico, si concentrano per lo più attorno a Udine e Pordenone.

Nella Bassa friulana, una delle aree bonificate dal governo fascista, alla fine degli anni Trenta prende forma l’insediamento agro-industriale di Torviscosa, espressione della politica autarchica e contraddistinto dal grande impianto chimico. Attività di trasformazione e di produzione di beni di consumo si localizzano sia presso i maggiori centri urbani che in alcuni centri minori, anticipando in qualche caso lo sviluppo dei futuri distretti industriali.

Anche il Goriziano registra una presenza industriale piuttosto debole. Nel passaggio tra Otto e Novecento l’attività manifatturiera ha caratteri e dimensioni poco più che artigianali che conserva sino agli anni Trenta. Nell’area sono presenti alcuni stabilimenti tessili legati alle iniziative imprenditoriali di famiglie e capitali provenienti da ambienti triestini, l’antica miniera di mercurio di Idria e dagli anni Venti il complesso produttivo della Cementi Isonzo S.A. di Salona d’Isonzo - Anhovo.

La Venezia Giulia presenta un’articolazione economica molto più complessa rispetto al Friuli e al Goriziano, che affonda le radici in forme precoci di industrializzazione risalenti al periodo Asburgico le quali, dopo il primo conflitto mondiale, entrano a far parte del sistema economico italiano. Ciò avviene attraverso un percorso non facile e che deve confrontarsi con nuovi assetti internazionali. Dalla prima metà dell’Ottocento il porto è il motore dello sviluppo economico del territorio triestino: attorno allo scalo ruotano servizi assicurativi e bancari, attività commerciali, di spedizione e trasporto, attività produttive collegate alla navigazione. Fin dagli inizi ciò è reso possibile dal circolo virtuoso che viene a crearsi tra forme di dinamismo imprenditoriale e sostegno statale. Tra Otto e Novecento nel territorio della città trovano insediamento officine e cantieri navali, fonderie e impianti siderurgici, e altre attività industriali nei settori della chimica, del petrolio, della carta, del tessile e dell’alimentare.

Nel basso Isontino, la presenza dal 1884 del Cotonificio Triestino a Monfalcone testimonia l’interesse dell’imprenditoria triestina per un distretto ricco di acque, di spazi e di manodopera a basso costo. Il definitivo decollo delle attività industriali avviene nel primo decennio del Novecento, allorché la costruzione del Cantiere Navale Triestino (Cnt) e dell’Adriawerke indirizza l’economia verso i settori navalmeccanico e chimico, contribuendo a consolidare e a stimolare il locale tessuto produttivo.

Nell’immediato secondo dopoguerra il Friuli Venezia Giulia è ancora una regione con un marcato dualismo economico. Da un lato la Venezia Giulia caratterizzata da una forte presenza industriale – in particolare pubblica – alla quale si affiancano i settori commerciale e dei servizi. Dall’altro il Friuli dove, sin oltre gli anni Sessanta, sono presenti attività prevalentemente agricole e artigianali e intensi flussi migratori verso l’estero o altre regioni italiane.

Nel 1964, la nascita della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia concorre a determinare importanti trasformazioni nelle economie dei territori regionali: le competenze affidate dallo Statuto speciale all’Ente regionale aprono, infatti, la via al suo intervento nella pianificazione della politica economica. I programmi di sviluppo elaborati tra il 1966 e il 1975 definiscono il modello economico della regione, tracciano le linee strategiche di uso dei territori, individuano le aree di sviluppo industriale, avviano la realizzazione di infrastrutture per consentire ai subsistemi regionali di interagire tra loro e con l’esterno. A partire dagli stessi anni, attraverso la società finanziaria regionale Friulia, il capitale pubblico supporta la piccola e media industria assicurando partecipazioni in società di capitali, assistenza finanziaria in società partecipate, assistenza tecnica, amministrativa ed organizzativa. In tale quadro prende avvio un processo di industrializzazione diffusa che interessa soprattutto l’area friulana – all’interno della quale, nel Pordenonese, il settore elettrico ed elettronico consolida il suo primato –. L’area triestina invece – in coincidenza con l’avvio del piano nazionale di riassetto della navalmeccanica – dalla metà degli anni Sessanta registra l’inizio di una progressiva terziarizzazione dell’economia, che prosegue nel decennio successivo.

Gli anni Ottanta rappresentano uno snodo importante per l’economia regionale, le cui vicende continuano a differenziarsi nei diversi territori. Nelle provincie di Trieste e di Gorizia si manifesta pienamente la crisi della grande industria, e non solo a partecipazione pubblica, crisi che si ripercuote a cascata anche sulle attività di dimensioni minori. In Friuli si assiste invece alla rinascita post-terremoto e all’articolarsi e consolidarsi di sistemi produttivi locali omogenei: nel lungo periodo della ricostruzione friulana, infatti, i finanziamenti straordinari concessi dallo Stato vanno a sostenere l’industria delle costruzioni e vengono inoltre indirizzati verso altri settori produttivi. Ne trae in special modo beneficio il comparto manifatturiero, il quale si sviluppa secondo quella componente dinamica dell’economia friulana che sino alla metà degli anni Novanta trova espressione nel modello dei distretti industriali.

Nel quadro delle trasformazioni dell’economia e del lavoro avvenute negli ultimi due decenni su scala globale, alcune tradizioni produttive industriali continuano a caratterizzare il tessuto produttivo regionale, pur a fronte di dismissioni anche importanti. Nella Venezia Giulia l’economia legata al mare sostiene ancora la grande industria meccanica, le diverse attività che fanno perno sulla portualità triestina e il polo navalmeccanico monfalconese.  Nell’area friulana, nonostante il declino di alcuni distretti produttivi e il ridimensionamento della manifattura, il settore secondario è ancora sostenuto dall’industria meccanica e siderurgica, dai comparti del legno e dei mobili, della chimica e della gomma e plastica, della carta e dell’alimentare. I processi di trasformazione aziendale si sono accompagnati ad una specializzazione produttiva che ha cercato di mantenere il passo dell’evoluzione tecnologica e di avvalersi dei servizi ad alto contenuto di conoscenza forniti dalle aziende del settore terziario.