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Udine


L'Ottocento
Alle soglie dell’Unità d’Italia la provincia di Udine – che fino al 1968 comprende anche l’area pordenonese [vedi https://www.inheritage.it/it/pagina/ricerca-per-territori.htm] – è prevalentemente agricola e l’unica attività industriale rilevante è quella serica, nella quale si uniscono gli interessi dell’agricoltura, dell’industria e del commercio. L’industria serica ha il suo periodo di maggior sviluppo nella prima metà dell’Ottocento, allorché in parallelo con la gelsicoltura si vanno progressivamente sviluppando la produzione di bozzoli e di seta grezza. La lavorazione delle sete si articola in un numero progressivamente crescente di opifici, una fitta rete di filande disseminate in tutta la provincia friulana che costituisce un esempio di struttura industriale precapitalistica. Nel 1889 il settore serico-cotoniero assorbe da solo più del 58% delle forze complessive di lavoro salariato.
La distribuzione spaziale delle attività industriali nella provincia presenta alcune particolarità: mentre Udine assume una notevole multiformità settoriale, Pordenone diventa un polo di sviluppo per le funzioni propulsive assunte dal settore cotoniero [vedi https://www.inheritage.it/it/territorio/pordenone.htm].

Il primo Novecento
All’inizio del Novecento trovano sviluppo nuovi settori. Gli impianti idroelettrici di Arturo Malignani, a Crosis con la diga e il cascamificio tutt’oggi attivo, a Udine e a Vedronza nell’Alta Val Torre, richiamano l’attenzione sulla cospicua dotazione di forze idrauliche esistenti nella provincia e sulla loro utilizzazione. Secondo la statistica ufficiale pubblicata nel 1908 dal MAIC (Ministero dell’agricoltura, dell’industria e del commercio), il Friuli si colloca secondo in Italia per margine di forza disponibile e sesto per numero di salti utilizzabili.
Le condizioni favorevoli allo sviluppo di numerose piccole e grandi officine elettriche fanno sì che alle soglie del primo conflitto mondiale vi siano in Friuli 81 officine – senza contare i generatori –, delle quali 77 idroelettriche, che nel complesso occupano 338 operai. Diverse di queste officine fanno capo alla SFE (Società friulana di elettricità), mentre l’impianto sul torrente Cellina, con le tre centrali di Malnisio, Giais e Partidor, appartengono al gruppo veneziano SADE (Società adriatica di elettricità).
L’industria cementiera friulana nasce nel biennio 1907-1908 con la Società Cementi del Friuli, su iniziativa di Arturo Malignani nell’area di Torreano di Cividale, e con la società Fabbriche Riunite di Bergamo – nucleo iniziale della futura Italcementi – nelle Valli del Natisone a pochi chilometri da Cividale del Friuli. Nel 1950 il gruppo Italcementi S.p.A. assorbe la Cementi del Friuli e l’intero settore cementiero della provincia fa capo ad un unico complesso finanziario.
Mentre a cavallo del secolo si compie la rivoluzione industriale italiana, la provincia udinese sembra registrare una stasi. Ancora nel 1914 l’industria serico-cotoniera assorbe il 58% dell’occupazione totale e l’emigrazione è un dato strutturale: nel 1913 l’emigrazione addirittura aumenta a causa della crisi locale e della domanda di lavoro di alcuni mercati esteri. Risulta difficile quantificare l’entità numerica annuale dell’emigrazione, tuttavia una stima basata sui vaglia postali a cui l’emigrante affidava la trasmissione di quasi due terzi dei risparmi effettuati, ha valutato le rimesse degli emigranti friulani alle loro famiglie in circa 20 milioni di lire annui.

La prima guerra mondiale ha effetti gravissimi anche sull’economia del territorio friulano, il cui promettente sviluppo viene bloccato. Fin dagli inizi del conflitto si chiude l’accesso al mercato estero del lavoro e si interrompe il flusso delle rimesse degli emigranti. Alla fine del 1917 poi, dopo gli eventi di Caporetto, l’invasione austriaca del Friuli porta alla distruzione dell’industria locale, alla sua chiusura o sfruttamento da parte delle forze militari occupanti.
La provincia si riporta ai livelli prebellici nel 1927, nello stesso decennio in cui si realizzano una certa modernizzazione – che tuttavia non riesce a far decollare l’intero settore industriale – e la crescita dei settori cementiero e idroelettrico nati nell’anteguerra.
Con la fine della prima guerra mondiale vengono acquisite, per annessione territoriale, le miniere di piombo e zinco di Cave del Predil - Raibl e le acciaierie Weissenfels nel Tarvisiano, aziende che vanno a rafforzare le locali industrie mineraria e metalmeccanica. Il centro minerario di Cave del Predil - Raibl, fino alla chiusura nel 1991, è il più importante della regione [vedi: https://www.inheritage.it/it/scheda/archivio-raibl---societ---mineraria-del-predil.htm; vedi: https://www.inheritage.it/it/scheda/archivio-del-libero-sindacato-minatori-di-cave-del-predil.htm]
Al 1938 risale Torviscosa, company town e città di fondazione, simbolo dell’Italia fascista e dell’autarchia. La sua fondazione è legata all’azienda SNIA Viscosa (Società nazionale industria applicazioni) che si dedica soprattutto alla produzione di fibre artificiali ricavate dalla cellulosa. Tramite la controllata SAICI (Società agricola industriale per la produzione italiana di cellulosa), costituita nel gennaio 1938, trova nella Bassa friulana un territorio ideale per la coltivazione su larga scala di canna comune, prodotto da cui ricava la materia prima per le sue produzioni di seta artificiale.

Durante la seconda guerra mondiale, nella provincia di Udine sono soprattutto le infrastrutture stradali e ferroviarie ad essere bombardate, mentre il tessuto industriale viene danneggiato in misura minore che nel corso della prima. Alla fine del conflitto però, il clima di tensione lungo i confini orientali italiani – il confine tra l’Italia e la Jugoslavia rappresenta il tratto meridionale della “cortina di ferro” – e l’ampliamento delle zone sottoposte a servitù militare contribuiscono a indebolire quella ripresa economica che, a partire dagli anni Cinquanta, avviene nel resto del Paese. Le difficoltà economiche del territorio sono testimoniate dalla ripresa dell’emigrazione, dalle lotte bracciantili e dagli scioperi alla rovescia, dai tentativi delle organizzazioni dei lavoratori di promuovere aziende cooperative per agevolare l’assorbimento dei disoccupati.

il secondo Novecento
Nel 1951 il settore industriale conta 10.703 unità locali nelle quali operano 60.016 addetti. Il settore tessile va perdendo rilevanza in termini di occupazione per il venir meno del comparto serico e per la ristrutturazione del cotoniero su basi tecnologiche più avanzate, mentre il settore metalmeccanico si rafforza. Il comparto dell’artigianato risulta molto attivo e variegato. Vi si distinguono i coltellinai del Maniaghese, la lavorazione dei mosaici e dei terrazzi nello Spilimberghese, gli artigiani del cartoccio del Tarcentino, i seggiolai della zona di Manzano. Vengono poi gli intarsiatori e intagliatori del legno, i mobilieri, gli zoccolai, i panierai, i liutai, le ricamatrici, i piccoli fabbricanti di giocattoli, i pittori e decoratori, i marmisti, i fabbri di arte.
Nel decennio 1951-1961 il processo di deruralizzazione – prodotto anche dalla meccanizzazione e gestione in termini industriali delle aziende agricole – mostra un ritmo particolarmente intenso pure in Friuli. La popolazione attiva addetta all’agricoltura segna un decremento del 48,4 %, mentre aumenta sensibilmente la popolazione attiva degli altri settori produttivi con particolare riguardo alle attività terziarie. Parte della popolazione attiva invece, soprattutto dalle aree collinari e montane, riprende la via dell’emigrazione – verso l’estero o si sposta in altre regioni italiane – in quanto il sistema regionale non riesce a sviluppare un’adeguata domanda di manodopera.
Gli indici di industrializzazione che si registrano in Friuli in questo periodo devono essere valutati tenendo conto del marcato carattere artigianale che contraddistingue l’economia dell’area. L’aumento del 34,6% degli addetti al settore secondario – che passano da 60.016 a 80.759, a fronte di una sostanziale stabilità del numero delle unità locali – deve infatti tener conto del fatto che la maggior parte di essi trova collocazione all’interno del comparto artigiano, composto in gran parte di unità locali di piccolissime dimensioni. Le classi di attività industriali che registrano i più sensibili aumenti, sia di unità locali che di addetti, sono quelle edilizie e manifatturiere. Tra queste ultime prevalgono le sottoclassi degli alimentari e dell’abbigliamento, nonché delle industrie meccaniche e metallurgiche in genere e del legno arredo. Il settore tessile invece registra una forte contrazione – espressa da una riduzione pari al 45,1% delle unità locali e del 44,6% di addetti –.
Soprattutto a partire dagli anni Sessanta l’area friulana è interessata da un processo diffuso di industrializzazione – favorito anche dalla programmazione economica e dal supporto alla piccola e media industria attivati dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia – che segna una battuta d’arresto nel 1976. Gli eventi sismici che in quell’anno interessano il Friuli provocano danni gravissimi: i morti risultano 989, i Comuni classificati disastrati ammontano a 45, quelli gravemente danneggiati a 40, i danneggiati a 52. L’intero tessuto economico-produttivo friulano è seriamente colpito ma non abbattuto. La sua riorganizzazione riparte immediatamente e nell’arco di circa dieci anni, vengono anche ricostruiti interi paesi e potenziata la rete delle infrastrutture. Il processo di ricostruzione che è stato definito il “modello Friuli” è espressione di un dialogo tra comunità locali, territori e potere politico, contrassegnato dalla partecipazione dal basso e dalla collaborazione tra imprenditori e lavoratori.

Lungo l’intero arco del secondo dopoguerra, il comparto produttivo e industriale vede la nascita e l’espansione di numerose aziende.
Nel settore meccanico, dopo la morte del padre Antonio, Lino Zanussi conferisce una vera e propria impronta industriale all’attività famigliare, attorno alla quale nel Pordenonese si sviluppa a propria volta il distretto industriale della componentistica e termoelettro-meccanica [vedi https://www.inheritage.it/it/scheda/archivio-zanussi-electrolux.htm].
In area friulana trovano progressiva affermazione internazionale il gruppo Danieli di Buttrio – azienda lì insediatasi nel 1929, ma nata nel 1914 a Brescia – e nel settore siderurgico il gruppo Pittini di Osoppo – sviluppatosi a partire dal 1955 da una trafileria di Gemona–.
In una posizione di rilievo con i propri prodotti e soluzione informative – dal campo dell’orologeria e del rilevamento presenze a quello dei sistemi di informazione più complessi – anche la Solari di Udine.
Nel settore del legno-mobile, alle produzioni mobiliere della Fantoni di Osoppo e della Snaidero di Maiano si affianca la manifattura delle sedie nel Manzanese – dove alla fine Ottocento si erano insediati i seggiolai “austriaci” di Mariano del Friuli –. Nel Pordenonese, invece, l’industria del mobile contraddistingue le attività produttive tra i Comuni di Prata e Brugnera.
La rielaborazione dei dati Istat nel periodo 1951-2001 conferma il processo di riconversione dell’economia friulana. In provincia di Udine nel settore del legno mobile gli addetti passano in un cinquantennio da 5.873 a 16.851, nel settore meccanico da 3.833 a 26.776, mentre nel settore tessile da 5.671 a 895 addetti.
Tra i distretti industriali riconosciuti nella regione, in Friuli si collocano quello delle tecnologie digitali nell’Udinese, quello della sedia nel Manzanese e quello dell’agroalimentare nel Sandanielese – dove il Consorzio del prosciutto di San Daniele opera fin dal 1961 a tutela del marchio e a garanzia del disciplinare di produzione –.

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